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L’inganno della modernità

By on febbraio 23, 2019

La società di plastica, disonestà dell’illusione e i falsi doni elargiti

di Emanuela Perrone

E’ così.

Siamo una generazione profondamente ferita. Certo, le sofferenze ci sono sempre state, ma in passato la comunità era più forte grazie ai valori su cui poggiava – sebbene con tutte le difficoltà che caratterizzano ogni epoca.

C’era una coscienza collettiva che non metteva in dubbio i valori di fede: anche chi non era credente, comunque aveva nel cuore i principi dalla legge morale naturale come bussola.

Oggi la coscienza è silenziata o piegata ad un pensiero globale formato da false luci e inganni che conducono l’uomo a vivere profonde crisi – spirituali ancor prima di quelle economiche.

Siamo una società attiva, “smart”, parliamo di partecipazione, innovazione, solidarietà, allora perché ci sentiamo “sazi e disperati”?

Le buone intenzioni di voler rendere il mondo migliore non bastano se derivano da una mentalità che pretende un mondo felice qui e ora, secondo criteri umani. Questo non sarà mai possibile.

C’è un fatto di cui ci siamo dimenticati nel tempo. Una ferita antica, quella del peccato originale, che ha reso il cuore dell’uomo un campo di battaglia tra il bene che vorrebbe e il male che compie (Rm 7,19).

Da quella ferita in poi, derivano le inclinazioni al peccato (Mc 7,21-22): l’uomo si illude di essere autosufficiente, dimentica la condizione di creatura, crede alla menzogna di poter essere come Dio, ingannato dall’idolatria del progresso scientifico e tecnico.

La modernità non porterà mai alla piena realizzazione dell’uomo: lo terrà legato ad un inganno nel quale gli farà credere che, prima o poi, la felicità arriva e se non arriva “allora crea un diritto che ti faccia fare quello che vuoi, anche se questo potrà danneggiare il prossimo e se lo danneggia, digli che lo fai per il suo bene, perché non vuoi farlo soffrire in questo mondo brutto e cattivo e fargli vivere una vita indegna” Non è forse lo slogan su cui si basa l’aborto?

I risultati di questa mentalità sono tutt’altro che positivi: troviamo un senso di disperazione diffuso che, sovente, culmina nel suicidio. Sono proprio i paesi ad alta industrializzazione ad avere il primato, quelli dai servizi più efficienti e con un’economia avanzata. Tra i primi abbiamo Belgio e Inghilterra (il nostro Paese, almeno in questo, non vince la maglia nera). Perché questo? In una realtà materialista, dove il senso dell’esistenza deriva dall’esaudire ogni emozione, dall’idolatria e dal possesso delle cose, dal mercificare le persone (utero in affitto docet), quando qualcosa viene a mancare, subentrano le tenebre dell’angoscia.

I problemi diventano insormontabili tanto che poi si verificano reazioni disumane. Omicidi cruenti per motivi apparentemente banali. Agli occhi della cronaca, basta un nulla e scatta la furia omicida.

In realtà, per chi commette il gesto, quel nulla nasconde qualcosa di più. Si chiama trigger. È lo stimolo che fa affiorare un’emozione scaturita da un trauma. Lo conosce bene chi è stata vittima di abusi. L’emozione più comune, in queste persone, è la rabbia. Feroce, incontenibile tanto da produrre conseguenze spesso devastanti nelle relazioni. La persona abusata rimane ferma lì, a quel trauma. Cresce sì, ma la memoria emotiva rimane ancorata a quell’episodio che, spesso, ha subito durante l’infanzia. La persona diventa adulta, ma una parte di sé – il bambino ferito – rimane bloccata all’episodio di violenza. Questo bambino sarà affamato di amore e di tutto ciò che il trauma gli ha rubato: affetto, attenzione, sicurezza, autostima. La persona cercherà di soddisfare tali bisogni, nutrendoli in svariati modi: assunzione di alcol, droghe, sessualità promiscua, dipendenze affettive. Proprio nelle dipendenze affettive si nascondono le relazioni dalle quali non si riesce ad uscire, nonostante esse siano soffocanti. Quando poi si tronca, la relazione si trasforma in disperazione per la persona che nell’altro aveva trovato una compensazione emotiva. 

Questa è un’epoca dove tanti adulti nascondo in sé quel bambino ferito, abusato.

Il peccato produce i suoi effetti devastanti nella società. Se dimentichiamo la nostra origine, se riteniamo il peccato originale “una favola”, tagliamo la nostra identità. Non avremo gli strumenti adeguati per capire la realtà che ci circonda e, scambiando il male per bene, una menzogna per verità, alla fine produciamo strutture di peccato.

E il peccato genera morte. Perché la società risulta così malconcia nonostante questo progresso? Perché il progresso è stato costruito su leggi inique che presentano poi il conto. A partire dalla legge sull’aborto, abbiamo assistito ad una diffusione di male che ha ulteriormente travolto l’uomo e lo ha ferito nel nucleo della propria identità, nella mascolinità e femminilità.

Molti uomini e donne presentano quel bambino ferito perché tanta violenza e abusi derivano proprio dalla crescente “mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza”(Catechismo Chiesa Cattolica n.1849, definizione di peccato).

Un individuo che presenta un bambino interiore ferito crescerà diviso in se stesso. Avremo molti adulti incastrati in un’eterna adolescenza, che eviteranno le responsabilità e il sacrificio semplicemente perché hanno già sofferto abbastanza da piccoli. Quel bambino interiore reclama attenzione e vuole essere soddisfatto. Sono bisogni legittimi, ma è necessario dare loro il giusto nutrimento. Altrimenti, si vivrà in modo precario, tutto di pancia e di emotività, complice in sistema economico e politico che sfrutta le ferite dell’uomo per modellare stili di vita manipolabili in base agli appetiti e le emozioni.

Siamo fortemente fragili. E la fragilità fa paura perché ricorda il nostro limite. Allora si cerca di eliminare tutto ciò che riporta l’uomo al proprio limite e alla fragilità.

Come i bambini. Questi piccoli ci ricordano che nel cuore abbiamo bisogno di qualcuno che ci sostenga e ci custodisca perché da soli non ce la facciamo. Perché non siamo onnipotenti come la mentalità contemporanea vuole convincerci.

Abbiamo bisogno delle braccia di un Padre. La fragilità non è una sconfitta, ma la conquista di se stessi. Fa parte della nostra identità e se rispondiamo ad essa, saremo pienamente compiuti. Ma questo umanamente non è possibile. Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo su noi stessi, di essere sanati dalla cecità spirituale.

Abbiamo bisogno di guarire le nostre coscienze avvelenate dagli inganni del maligno. Abbiamo bisogno di Colui che è per diventare ciò che siamo.

Per operare in noi, spesso il Signore mette uno stop – a volte anche brusco – nella vita dell’uomo. Per evitare di cadere più in basso, per darci la possibilità di guardare dentro noi stessi. Lui opera partendo proprio da ciò che non vogliamo vedere e da lì inizia a far nuove tutte le cose.

 

 

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